In Sostanza

Parliamoci chiaramente: le basi teoriche su cui poggiano i nostri percorsi formativi 
non sono farina del nostro sacco. E per fortuna.
Dozzine di menti più evolute delle nostre
hanno elaborato le teorie, i concetti, gli schemi e i modelli che vi proponiamo.
Il nostro compito è quello di amalgamare gli ingredienti corretti per ottenere la forma e il sapore desiderati.
Alcuni esempi:

William Ury e Roger Fisher ci danno gli strumenti per la negoziazione; Kennet Blanchard e John P. Kotter ci indicano la strada della leadership; Paul Watzlawick e Albert Mehrabian ci permettono di lavorare sulla comunicazione; Edward De Bono e Tony Buzan ci supportano sullo sviluppo della mente creativa; Daniel Goleman, Robert Dilts e Milton Erickson ci illuminano sulla gestione delle emozioni, proprie e degli altri, e insieme a Paul Ekman e Robert Cialdini ci forniscono le basi per i corsi sull’influenza. David McClelland, Mihaly Csikszentmihalyi insieme al conosciutissimo Abraham Maslow rappresentano i pilastri per i temi riguardanti la motivazione, mentre Stephen Covey e Braian Tracy, ognuno a proprio modo, descrivono i metodi per lavorare sull’organizzazione personale.

Dettaglio non trascurabile, tutta questa teoria non può essere posta come teoria, a meno che il nostro obiettivo non sia ottenere molti sbadigli e poco apprendimento. Nei nostri percorsi la teoria c’è ma non si vede, proprio perché è travestita da pratica: i partecipanti vivono i momenti concettuali come conseguenze delle esperienze vissute nelle esercitazioni, assumendosene di conseguenza la paternità.

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