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RISCHIO: NE VALE LA PENA?




Coronavirus; non riusciamo a far restare le persone a casa. Perché? Lasciamo per un momento da parte i giudizi sull’irresponsabilità, sulla inciviltà, e sul basso quoziente intellettivo di coloro che ritengono di essere i furbi. Non è una rubrica di un quotidiano, è un’analisi comportamentale. E allora analizziamo. Base di partenza per l’analisi: questo tipo di comportamento non è isolato, e non è confinato nell’ecosistema Covid-19. Si tratta di schemi comportamentali molto più diffusi di quanto possiamo immaginare. Due schemi: il meccanismo di ricompensa e la valutazione del rischio. Detta in altre parole, cosa posso ottenere vs cosa rischio di perdere. Una per volta; in questo articolo ci focalizziamo sul rischio. Wikipedia ci dice che il rischio è la potenzialità che un'azione o un'attività scelta porti a una perdita o ad un evento indesiderabile. La valutazione del rischio comporta due variabili: Probabilità e Gravità. La probabilità è la possibilità che si verifichi un danno; la gravità è l’entità del danno nel caso in cui si verificasse. Ambedue possono avere valori bassi o valori alti. Facciamo qualche esempio: se lasciamo un bicchiere pieno d’acqua sul bordo del tavolo, c’è un’alta probabilità che si verifichi un danno (cade il bicchiere), ma la gravità di questo danno è minima (pavimento bagnato, e forse il bicchiere rotto). Se il bicchiere contiene vino e sotto abbiamo un tappeto pregiato, ecco che la gravità aumenta. In questi casi possiamo intervenire per ridurre la probabilità, ad esempio spostando il bicchiere verso il centro del tavolo. Immaginiamo adesso di avere dei cavi elettrici scoperti in un posto poco accessibile. La probabilità che questi cavi vengano toccati è bassa, ma la gravità del danno è decisamente alta, e può comportare gravi lesioni o addirittura la morte. In questi casi possiamo intervenire sia sulla probabilità (isoliamo e chiudiamo i cavi) sia sulla gravità (inseriamo in casa un dispositivo salvavita). Per ridurre il rischio, quindi, dobbiamo prima valutare ambedue le variabili. Che guarda caso sono legate tra loro da una moltiplicazione: R=PxG Rischio = Probabilità x Gravità. Se mettiamo a grafico questa equazione, otteniamo spunti interessanti:


La matrice ottenuta fornisce un peso per ognuna delle situazioni possibili, e diventa la base per lavorare sia sulla probabilità che sulla gravità. Un esempio? Le case automobilistiche e le due domande da un milione (forse un miliardo) di dollari: - Come riduco le probabilità di un incidente? Ed ecco che spuntano ABS, controllo della corsia, frenata automatica di emergenza. Li chiamano “sistemi di Sicurezza Attiva”: riduco la possibilità che un incidente avvenga. - Come riduco la gravità di un incidente? E dal cilindro escono airbag, barre laterali, cofano a deformazione controllata. Li chiamano “sistemi di Sicurezza Passiva”: riduco la gravità del danno nel caso avvenisse un incidente. Ma il grafico del rischio teorico trae in inganno. Pensiamoci bene: davvero un’alta probabilità di rompere un bicchiere ha lo stesso peso di una bassa probabilità di morire per shock elettrico? Il peso della gravità non può essere equiparabile al peso della probabilità. Perché 5 euro di bicchiere non cambiano la vita, mentre 220 volt in corpo sì; e perché spesso è più semplice ridurre la probabilità che la gravità. Il secondo grafico mostra il Rischio Effettivo, che vede scale con pesi diversi per le due variabili: una con incremento lineare, l’altra con incremento esponenziale:


Così già va meglio, questo secondo grafico è decisamente più realistico del primo. E, numeri alla mano, la domanda più logica che dovrebbe materializzarsi nel cranio è: ma veramente mi conviene rischiare così tanto, anche se la probabilità è bassa? Questa domanda ci riporta al 2020. Viviamo situazioni in cui l’unica variabile che possiamo controllare è la probabilità. Sì, sto parlando del Coronavirus; ovvio. Analizziamo il rischio in questo momento storico. Gli strumenti per ridurre la gravità sono nelle mani del governo, degli ospedali, di chi fa donazioni, di chi inventa medicine e aggeggi per curare il virus. Quindi non sono in mano nostra. Gli unici strumenti che abbiamo a disposizione sono quelli per ridurre la probabilità. Serve elencarli? Stare a casa, ridurre i contatti. Semplice e lineare. Non è però ciò che accade. Perché? E qui ritorniamo alla domanda iniziale di questo articolo. La risposta è semplice: perché l’essere umano non è un animale razionale. Detto diversamente, il grafico del rischio che abbiamo in testa non assomiglia affatto a quello mostrato qui sopra. Assomiglia invece più a qualcosa come questo:


La distorsione avviene su ambedue le variabili. Significa che valutiamo sia la gravità che la probabilità diversamente rispetto al loro peso effettivo. Eccone i motivi. Non viene percepita la reale gravità. Perché? Semplice, perché è lontana. Perché molti non la vivono in prima persona. E qualcosa di lontano fa meno paura; chiedetelo a tutti gli psicologi, chiedetelo a chi usa le Sub-Modalità nella PNL, andatevi a vedere Bill Gates che parla della malaria nel suo TED talk. Praticamente tutti i Paesi nel mondo hanno sottovalutato la gravità del virus, nonostante avessero tempo per prepararsi; fino a quando se lo sono trovati in casa. Non viene percepita la reale probabilità. Perché? Per due motivi, in sinergia tra loro. L’apparente bassa probabilità (1 su 100, cosa vuoi che sia), unita al senso di invincibilità (a me non accade). Riflettiamo. L’essere umano ha innato il senso del protagonismo: il film della vita parla di me, come può l’attore principale morire prima della fine della pellicola? Questa illusione porta molte, moltissime persone a valutare erroneamente il rischio delle azioni che intraprendono. Cosa mai accadrà se esco? Chi mai potrei incontrare? Tradotto: se la probabilità passa da 1/100 a 1/50, cosa vuoi che cambi? Fino al momento in cui il danno avviene, in qualunque forma lo vogliate immaginare, e immancabilmente la frase del protagonista è: perché proprio a me? La soluzione? Non esiste una soluzione definitiva, questo lo so io e lo sapete voi. Si possono però tirare fuori idee; idee che possano fare, nel piccolo o nel grande, la differenza. Vi do la mia. Dobbiamo portare le persone a VOLER rischiare di meno, dobbiamo portarle a voler abbassare il coefficiente di probabilità. Il modo per sensibilizzare queste persone è avvicinando loro il rischio percepito. Abbiamo dozzine di siti che riportano dati di contagio in Italia e nel mondo. Immaginate ora di avere un sito che riporti dati statistici della probabilità che una persona ha di contrarre la malattia; immaginate che questi dati siano aggiornati quotidianamente, in base al numero di persone che non rispettano le regole. Immaginate che i numeri riportino l’incremento della probabilità sia per chi è uscito, sia per chi non è uscito. Il tutto infarcito con grafici, curve, aumenti e diminuzioni in percentuale, come per i dati di Borsa: oggi 1.500 persone in giro senza motivo hanno aumentato del 2,4% la TUA probabilità di contrarre il virus. E poi, immaginate che si sommino le probabilità giorno dopo giorno: perché meno le persone rispettano le regole, più dura la pandemia; e più dura la pandemia, più probabilità ho di venire contagiato. Come pensate che cambi la percezione del rischio, quando lo vediamo avanzare implacabilmente verso di noi? E ancora, immaginate questi dati comparati con gli altri Paesi europei, o mondiali. Ma questo necessita di un altro schema, che vedremo nel prossimo articolo.





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